Sono extra moenia, sono etrusca e brucaiola.
Quand'ero bambina, mio padre viaggiava per lavoro nelle province di Firenze, Arezzo e Siena. Spesso, specialmente durante l'estate, ci portava con sé. Mi piaceva particolarmente andare a Siena e mi ci facevo portare tutte le volte che era possibile. All'epoca, erano gli anni '50, Siena era una città tranquilla e noi potevamo girare liberamente con due unici obblighi: restare entro le mura e presentarsi puntuali alla Lizza dove c'era la macchina.
Fu durante queste gite che conobbi il Palio.
Poteva succedere che fossi in piazza per la tratta oppure vedessi una prova… senza seguire alcuna contrada, senza avere le idee chiare su quanto stava succedendo, con le orecchie tese a sentire i commenti della gente, a cercare di capire che meccanismo si mettesse in moto!
All'epoca mi ero costruita una specie di favola bella, piena di magia…
O forse percepivo la magia del Palio senza rendermene conto, ma la carriera, quella non l'avevo mai vista!
Fu il 2 luglio 1955 che mio padre ci portò per la prima volta a vedere la corsa.
Qualcuno ci aveva consigliato di arrivare la mattina presto e andare nella contrada del Bruco, perché c'erano buone possibilità che vincesse!
Così facemmo e fu quel giorno che divenni brucaiola e questo successe prima della corsa: mi sentii a casa appena arrivata in contrada, mi innamorai della bandiere, dell'aria che si respirava, del sole che riempiva la strada e la faceva risplendere.
C'erano dei ragazzi, tre o quattro, più o meno nostri coetanei, pieni di gioia e di entusiasmo, che ci spiegarono cosa voleva dire quella vittoria, ci fecero visitare il museo e ci dettero appuntamento nel primo pomeriggio per la benedizione del cavallo. Uno di loro, che era monturato, ci riservò un trattamento di favore: trovò il modo di farci entrare nell'oratoria, praticamente in prima fila, e poi durante il giro, cercava sempre di farci stare in una posizione favorevole:
“Ci devi portare fortuna!” mi diceva ridendo.
Se qualcuno ha vissuta una favola, quella sono io, quel giorno!
Seguendo la comparsa sentivo aumentare l'emozione, la trepidazione. Mi sembrava di percepire i sentimenti di quella folla festante piena di entusiasmo.
Al Duomo quel ragazzo mi disse:
“Andate in piazza adesso. E ricordati che te devi portar fortuna al Brucone! Lo hai promesso!”
Mi sentii investita di una grande responsabilità, sentivo fortemente che se il Bruco non avesse vinto sarebbe stata colpa mia e giurai a me stessa che avremmo vinto!
E quel palio lo vincemmo!!!!!!
In piazza gridavo, piangevo, ridevo…… e sinceramente non so cosa successe durante la corsa! So solo che ad un certo punto mi resi conto che eravamo primi e avrei voluto essere il cavallo per poter correre di più!
Tornammo in contrada, per partecipare almeno per un po' alla festa,
perché dovevamo ripartire e rividi quel ragazzo che mi venne incontr dicendo:
“Lo sapevo che ci portavi fortuna! Sei del Bruco adesso!”
Mi trascinò alla fontanella, mi bagnò la fronte con la sua acqua e disse: “Ora e per tutta la vita!” poi mi mise al collo il suo fazzoletto.
Da allora sono tornata in piazza diverse volte, fin verso la metà degli anni '60, ma il Bruco, quando ero in piazza non correva mai. Quel ragazzo non l'ho più rivisto: conservavo il suo ricordo e il suo fazzoletto come una cosa sacra.
Poi cominciò l'esilio.
Passarono quasi 40 anni prima che tornassi a Siena, col ‘mio' fazzoletto in tasca, anche se non era periodo di palio; credevo che fosse giusto che lo portassi con me a respirare nuovamente l'aria di Siena dopo tanto tempo. In quegli anni seguivo il Palio in elevisione, senza sapere niente di quello che succedeva, senza sapere se si correva o no, se avevamo un buon cavallo, per non parlare dei fantini: in pratica conoscevo solo ezzetto e Aceto, ma quelli chi non li conosce?
Anche nel '96 vidi il palio in tv, da sola e da sola piansi di gioia dopo che per tante volte da sola avevo pianto di dolore.
Tornata a Siena tornai in contrada. Andai a sedermi sulla nuova fontanella che mi affascinò come se fosse un pozzo sacro. Immersi le mani nell'acqua e restai a lungo a sedere sul suo bordo, col cuore che mi batteva forte, con i ricordi della mia “prima volta” che riemergevano e mi riempivano gli occhi di lacrime.
A quella fontanella fui battezzata ufficialmente il 7 luglio 2002 ed ebbi un nuovo fazzoletto, anche se il mio “fazzoletto della vittoria” era con me.
Quel giorno mi parve di essere nata una seconda volta. Tornata a casa riposi il “fazzoletto della vittoria” fra le cose care e sacre e l'agosto scorso inalberai il fazzoletto nuovo. Passò l'inverno. Da qualche anno avevo amicizie senesi e contradaiole, da qualche anno potevo informarmi e sapere cosa succedeva a Siena, anche se vivo ancora a più di 600 km di distanza.
Verso aprile cominciai a provare uno strano malessere: mi sembrava di aver tradito il mio vecchio fazzoletto, avevo sempre più forte la sensazione che QUEL fazzoletto doveva tornare a Siena e in Piazza e vedere di nuovo correre il Bruco.
Ci sono venuta, ora ad agosto e ho lasciato il fazzoletto nuovo a casa, e mio figlio mi ha accompagnata. Era la prima volta che era a Siena per il Palio… Tratta, prove, cenini….. eravamo sempre in contrada, io col mio fazzoletto al collo, lui quasi intimidito, riverente. Avevo una foto di quel ragazzo sconosciuto. L'avevo fatta il giorno
del mio magico primo palio e l'avevo ritrovata casualmente questa primavera. Ho saputo così che quel ragazzo si chiamava Enzo e che è morto nel 1993. Non gli era mai più capitato di gridare di gioia dietro un drappellone, di correre a perdifiato su per via del Comune con una bandiera in mano…. Mi sembrò di aver perso un fratello. La sera della cena della prova generale mio figlio mi disse: “Avrei tanta voglia di avere anch'io un fazzoletto al collo!” Eravamo con un gruppetto di amici, contradaioli veraci che gli dissero:
“Compralo! Te lo meriti: in questi giorni sei diventato anche te brucaiolo!” “Non posso comprarlo – rispose mio figlio – perché un fazzoletto abbia valore penso che debba essere regalato.”
“Allora ti si regala, la tua mamma l'annoda, ma guarda che te ci devi portare il cittino a casa, come fece la tua mamma.”
Il 16 mio figlio era in piazza col suo nuovo fazzoletto. Io in società vivevo la corsa in televisione, per la prima volta dopo 48 anni in compagnia e in compagnia di brucaioli!
Il patema della tratta lunghissima! La gioia della vittoria, l'emozione degli abbracci e del sentirmi dire:
“Hai visto? Sei diventata nonna, il tu' figliolo l'ha portato il cittino a casa!” Mio figlio mi mandò un sms: “Al Duomo!”
Mi ritrovai a correre, su per via del Comune, come da tanto non potevo farlo più e fui sfiorata da un pensiero: ‘Forse non sono io che corro, forse è un citto di 16 anni che non lo ha mai fatto!'
La festa! Le bandiere! Il Cencio che ho visto per la prima volta davanti a via della Terme! Il suono delle campanine! Dormivo a San Francesco e la notte, o quella che ne era rimasta, ho dormito un sonno leggero che riaffiorava se le campanine tacevano pochi
minuti. Poi mi sono addormentata profondamente, non so per quanto ho dormito. Sul far del giorno mi sono svegliata. C'era un silenzio incantato, come quello che precede la chiamata ai canapi. Sentivo il mio fazzoletto della vittoria nell'incavo del collo e provai una pace immensa. Mi sembrava che il fazzoletto avesse trovata la pace, avesse portato a termine il suo compito e sentivo forte la presenza dell'altro fazzoletto della vittoria, quello nuovo, di mio figlio, come se avesse preso lui il testimone e in quel momento fui certa che dovevo riportare il mio vecchio al suo proprietario, che era giusto che lo avesse lui, che – magari solo per qualche giorno – ornasse la sua tomba, col nodo e il ciuccio perché è un simbolo di vita, di rinascita, di gioia anche
se è su una tomba.
Ciao Enzo! Riposa in pace col tuo fazzoletto! E grazie!
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